RETROSCENA. Il Mattino: “De Laurentiis era convinto di riuscire a trattenere Spalletti”
«La verità ha tante pieghe». Sembra un po’ Pirandello, Aurelio De Laurentiis. Ma è chiaro che nel suo – storico – discorso in cui si addossa tutte le colpe di questa stagione da incubo, nasconde il grande rimpianto: non aver convinto Spalletti a restare a Napoli. Forse, pensa che avrebbe potuto fare di più per fargli cambiare idea, per strappargli un altro «sì, resto», magari un aumento dello stipendio o chissà cosa. Il cuore dei problemi è tutto lì: la scelta di Lucianone di lasciare il club azzurro e l’inutile inseguimento del presidente azzurro.
Ecco, De Laurentiis avrebbe molto da dire sulle “beatificazione” del tecnico -dal suo tatuaggio alla cittadinanza onoraria – che a un certo momento ha deciso di lasciare Napoli da eroe imbattuto e destinato – come sta succedendo – alla gloria in eterno. Nel senso che era certo che, alla fine, proprio per l’amore per i tifosi, per il legame straordinario che era riuscito a creare, avrebbe accettato di restare al Napoli, nonostante i rapporti non più idilliaci (si fa per dire) con De Laurentiis. Certo, pesano alcune prese di posizione che hanno fatto scavare ai due un solco profondo, ma davvero il patron era convinto che sarebbe riuscito a farlo restare qui, almeno per un’altra stagione. E continuare con un ciclo che aveva portato allo scudetto.
Al contrario dell’addio di Sarri, quando scelse Ancelotti nel pieno della pausa di riflessione del tecnico ora alla Lazio, stavolta ha atteso persino oltre il tempo massimo, credendo nella retromarcia clamorosa. E certe sue uscite, magari in apparenza fredde, hanno nascosto un po’ la volpe che non riesce a raggiungere l’uva. Perché le intenzioni del tecnico di Certaldo, De Laurentiis le aveva intuite in tempi non sospetti: almeno a gennaio. Ma chissà perché, era certo che non sarebbe arrivato alla rottura. Forse per via del contratto che lo legava al Napoli fino al 2024 (c’era l’opzione per il club). Solo che Spalletti è un tipo che non dimentica, non passa oltre, conserva ogni frase ostile, non accetta chiarimenti e non riesce a mettere da parte le cose che secondo lui vanno storte: De Laurentiis era convinto di riuscire, con un colpo di scena finale, a trattenerlo e a fargli rispettare il contratto. Ma è rimasto praticamente spiazzato. E come atto di riconoscenza ha accettato di fargli lasciare la panchina da campione d’Italia. Non a caso, il suo interminabile casting per il suo successore, è iniziato solamente a giugno. E ha coinvolto ogni tipo di prospetto: da Italiano a Conte, da Thiago Motta a Julian Nagelsmann, da Paulo Sousa a Galtier, da Luis Enrique a Tudor e così via.
Forse solo Cristiano Giuntoli avrebbe potuto fargli cambiare idea. Ma negli ultimi mesi al Napoli il ds ora alla Juventus non aveva alcuna intenzione di occuparsi di questa questione. Ma l’origine dei mali di questa stagione è tutto in quell’addio: è il crocevia della storia del Napoli. Inutile scavare nei meandri di quello che è successo, in quei velenosi “questa squadra può allenarla chiunque” che nascondono solo la grande delusione di chi è stato lasciato sul più bello: De Laurentiis ha sempre riconosciuto i meriti di Spalletti, anche senza risparmiargli appunti, osservazioni. Ovviamente, alla sua maniera. Non esserlo riuscito a fargli cambiare idea resta il grande rimpianto. Ed è quello che nascondevano le parole dell’altra sera. Perché poi è stato tutto in salita, a iniziare dalla decisione di ingaggiare Garcia che ha, come colpa principale, quella di essere distante anni luce su tutto rispetto al grande condottiero dello scudetto. E anche Mazzarri lo ha ammesso al suo arrivo: «Devo andare alla ricerca del Napoli di Spalletti». Già, c’è solo un punto: non può esserci un Napoli di Spalletti, senza Lucianone da Certaldo.
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