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Visto dall’Italia, il Real Madrid appare nello splendore dei suoi ori. Ma anche il club che ha vinto 32 scudetti nella Liga spagnola e 11 Champions League, compresa l’ultima a Milano nella primavera 2016, può essere turbato da sottili tremori osservando il Napoli del 7-1 a Bologna e del secondo tempo con il Genoa. Il rispetto per gli avversari lo distingue dal Barcellona, squadra che si sente invincibile, ricama gioco corto e fa possesso palla fino alla noia. Nel calcio come nella vita di relazione un madrileno oppone la sua fastosa cordialità alla inossidabile superbia di un catalano. La doppia sfida con il Napoli che comincia mercoledì, si conclude il 7 marzo: proprio un giorno prima cade l’anniversario del Real, fondato 115 anni fa. La festa attende il risultato del San Paolo. Per una società che ostenta il motto “Condannata a vincere”, figurarsi le responsabilità di Zinedine Zidane, lo descrivono più accigliato che mai, a tratti teso.

Può sembrare una trappola quella piantata nel gelo della basca Pamplona sabato sera: il Real per 55 minuti ha giocato con la difesa a tre, assistita dagli esterni Danilo e Marcelo. Un modo per rafforzare le fasce, soprattutto a destra, paventando il Real la catena di sinistra del Napoli. Niente inganni, Zidane ha davvero provato a consolidare l’argine difensivo. Non riproverà il test perché si è infortunato proprio Danilo, perché il ritorno alla difesa a 4 ha consentito al Real di sviluppare gioco e vincere, passando da uno scadente 1-1 all’1-3 con l’Osasuna di Pamplona, ultima con 39 punti in meno. Sarebbe stato imperdonabile quel pari. Zidane ha ormai archiviato quella formula alternativa. Bocciata dal gol di Sergio Leon passato tra Varane e Ramos disposti male nel nuovo assetto.

La lentezza del Real per almeno un’ora, finché l’Osasuna ha retto nel pressing, ha illuso alcuni osservatori, forse anche i tifosi del Napoli che hanno seguito la diretta Sky. Non era quello il Real. Sono tre gli elementi per inquadrare la prima delle due sfide degli ottavi, al Bernabeu, lo stadio del trionfo italiano l’11 luglio 1982, con la Nazionale campione del mondo. 1) Il Real Madrid gioca con sufficienza le partite esterne, ma si impegna molto in casa, perché il suo pubblico fischia severo alle prime pause. 2) I detentori si esaltano in Champions, irriconoscibili per concentrazione e tempismo. 3) Aldilà delle tattiche, nella suggestione del Bernabeu conta il fattore emotivo: Sarri dovrà trasmettere serenità, fondamentale la preparazione psicologica.

Giocando “con spregiudicatezza”, come predica Sarri il Napoli ha ottime possibilità di segnare nei primi minuti. Gli avvii aggressivi di Milano e Bologna possono sorprendere anche il Real, ovvio che il vantaggio dovrà essere gestito. Il 4-3-3 madrileno ha qualche punto debole se gli scattisti Callejon-Mertens-Insigne confermano le laceranti diagonali offensive negli spazi larghi. Carvajal aspetta Insigne, rischia di affrontarlo uno contro uno se l’incontrista brasiliano Casemiro deve dedicarsi ad Hamsik che di solito affianca il monello di Frattamaggiore. Mertens giocando fuori area può confondere Varane e Ramos (apparso sabato sera opaco) se conferma la diabolica inventiva e agilità della ripresa con il Genoa. A destra Callejon incrocia il brasiliano Marcelo. Delicata la scelta del Napoli per il mediano destro: il solido Allan o lo psichedelico Zielinski nella zona

del tedescone Toni Kroos? Ronaldo è apparso lento, mai fidarsi, in progressione è irresistibile. Gioca largo con Benzema, lasciando a Vasquez o forse a Isco gli inserimenti dalla destra al centro, una giostra che se parte fa girar la testa a qualsiasi difesa. Tra i pochi punti deboli del Napoli, oltre l’emozione, è la difesa sui calci piazzati. Regala molti centimetri agli avversari. Ecco perché Sarri dovrà riflettere prima di preferire Jorginho a Diawara.

Fonte:

La Repubblica