ALTRE PALLE. Giuseppe Full Fiorito: “Immaginate se Lavezzi fosse tagliato perché beccato… a farsi le canne. I destini incrociati dei campioni del Superbowl”
Sono stato via un po’, cosa mi sono perso ? lo so, lo so. Lo sport a volte è crudele e lo sfottò anche di più. Ma considerando lo stato in cui verte il mondo del calcio in questi tempi bui direi che lo sfottò è l’unica medicina per andare avanti: se si prendesse tutto seriamente tra scommesse, bilanci in rosso, svarioni arbitrali e quant’altro sarebbe da chiudere baracca e burattini e dedicarsi alla filatelia. L’alternativa è raccontare di sport, quello sano, quello a lieto fine. Vi racconterò dunque di un autobus! Jerome “the Bus” Bettis è un ragazzone di Detroit, Michigan di 115 Kg. Lo chiamano l’autobus perché quando porta la palla si porta dietro anche i placcatori avversari. Non fa molte finte né cambi di direzione, lui è un ragazzo semplice: va dritto e forte. Viene scelto per 10° nel draft del 1993 da Los Angeles e vince subito il premio come miglior esordiente. Coi Rams macina yards per 2 anni, poi il nuovo coach gli dice che vede la squadra più orientata sui lanci che sulle corse ed è meglio che lui cambi aria. Dall’altra parte degli states, Pittsburgh taglia il suo corridore, Byron “Bam” Morris, dopo il suo arresto per droga (mossa coraggiosa: sarebbe come se il Napoli tagliasse Lavezzi – uno a caso – perché beccato a farsi le canne). E così il destino rimette l’autobus in carreggiata. A Pittsburgh Jerome torna a fare quello che gli riesce meglio: corre dritto e forte. Per sei anni consecutivi va oltre le 1000 yards, coi difensori che cadono al suo passaggio come birilli. È un tipo di gioco dispendioso, punitivo, che lascia i segni non solo sui placcatori ma anche su di lui. Nel 2001 cominciano gli infortuni e il rendimento cala. Lo sostituiscono, ma lui è sempre lì e ogni volta trova la forza e il modo di tornare titolare. Nel 2004 Duce Staley si fa male a metà stagione e l’autobus esce dal garage e si rimette a correre. Dritto e forte. Corre per più di 100 yards in 6 degli ultimi 8 match e si guadagna l’ultimo viaggio, il suo sesto, alla partita delle stelle. Sarebbe il finale giusto per la carriera di uno dei più grandi corridori della storia, ma l’ultima giornata di campionato lo stadio intero si alza in piedi e grida “one more year”, un altro anno. Un ultimo anno di botte, di lividi, di metri macinati nel fango e sotto la neve. Lui ci pensa. Non lo fa per i soldi (si riduce lo stipendio per rientrare nel salary cap) lo fa perché sa che gli manca qualcosa: in tutti questi anni, dopo tutte quelle corse, the Bus non ha mai vinto un titolo. E la finale si gioca a Detroit, a casa sua. Jerome rimette il paraspalle e fa da mentore al nuovo titolare “fast” Willy Parker. Ma quando ci sono da guadagnare gli ultimi metri, quando la posta in gioco è alta, lui entra e corre. Come contro Chicago, quando segna sotto la tormenta ribaltando Brian Urlacher, uno dei migliori difensori della lega, o come contro i Lions nella partita decisiva per andare ai play off, quando entra e segna 3 touchdown. Gli steelers vanno ai play off da under dogs, da sfavoriti, ma hanno una motivazione in più: devono portare the Bus a casa, in finale. E così, partita dopo partita, sorpresa dopo sorpresa, arrivano al Superbowl. All’aeroporto tutta la squadra si fa trovare con la sua maglietta di gioco del liceo, il resto è storia: gli Steelers battono Seattle 21 a 10. Il pupillo Parker fa un partitone, Hines Ward viene eletto uomo partita e l’autobus, come al solito fa il gioco sporco. Al momento delle celebrazioni un milione di telecamere sono per lui. Tutti sanno quello che sta per dire, e Jerome, con la coppa in mano e gli occhi velati, lo dice: “questa era la mia ultima partita”, l’autobus si ferma al capolinea. The End.
Giuseppe“Full” Fiorito, grande appassionato di sport a stelle e strisce e telecronista per hobby, ha frequentato l’Isef della Lombardia e giocato a Football Americano.
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