Alla scoperta di Regini: l’origine del nome, l’amicizia con Insigne e la svolta con Zeman e Sarri
“E va bene così, senza parole”. Inaspettato ed improvviso, come una delle più belle canzoni di chi ha condizionato la sua esistenza ereditandogli un nome mai banale.Vasco Regini, classe ’90, è il mancino romagnolo che completerà il pacchetto dei centrali alle spalle di Albiol, Koulibaly e Chiriches. A Napoli ritroverà vecchi amici (Valdifiori, Insigne, Hysaj, Gabbiadini), un caro maestro (Sarri), e quel calore inconfondibile che – in parte – è riuscito a contagiarlo nella sua unica esperienza al sud. Parte proprio da lì il viaggio (tattico) di Regini: dal Foggia di ZdenekZeman e di Lorenzo Insigne, dal concetto di calcio offensivo che, per la prima volta, sposa le sue caratteristiche di terzino diligente ed attento alle marcature.
JOLLY. Ha appena vent’anni ed un paio di stagioni alle spalle spese tra settore giovanile e debutti in prima squadra con Cesena e Sampdoria. Regini è un terzino moderno, un difensore che agisce sull’esterno, rapido e forte fisicamente, bravo negli anticipi ed intelligente tatticamente. Con Zeman, nella stagione 2010-11, il suo raggio d’azione si avvicina al centrocampo ed anche oltre: da terzino basso Regini si trasforma in un terzino di spinta. Inevitabile. Bada soprattutto ad offendere, a sovrapporsi al suo collega di fascia Insigne, ad arrivare sul fondo e a salire quando necessario per intrappolare gli avversari in fuorigioco. Spesso viene schierato anche come interno di centrocampo, con compiti offensivi e la porta sempre nel mirino. In ordine sparso matureranno: primo gol, l’amicizia vera con il diciottenne Insigne, la crescita tattica e, soprattutto, l’esperienza tra i professionisti per avvicinarsi al concetto di calcio vero ed autentico.
INCONTRO CON SARRI. Empoli, stagione 2012/13, è il secondo crocevia della sua giovane carriera, l’alba d’un nuovo ruolo, stavolta da difensore puro. Regini, ex terzino difensivo cresciuto come esterno, abbandona la corsia mancina per trasferirsi al centro della retroguardia, a pochi passi dal portiere, lontanissimo dalla linea laterale del campo. La sua evoluzione sposa appieno il paragone tecnico con Chiellini, nato terzino e consacratosi poi difensore centrale. Nel nuovo ruolo Regini non sfigura: sfrutta la sua rapidità e freschezza atletica per completarsi col resto del reparto. La sua vita (calcistica, s’intende) cambia radicalmente perché impara movimenti nuovi e guarda il campo da un’altra prospettiva: all’istinto di seguire l’azione si antepone l’obbligo di guardare a vista l’avversario di turno, di leggerne i movimenti e frenarne le iniziative.
PROMESSA (NON) MANTENUTA. Il ritorno alla Sampdoria, nell’estate del 2013, è l’anticamera del successo, quello atteso a lungo e – in realtà – mai raggiunto. Regini, intanto ventitreenne, si confronta con la Serie A e non ne subisce il forte impatto. Il passato da terzino, esterno e centrale di difesa gli permette di giocare con continuità e di farlo dappertutto, indifferentemente. Quest’anno, prima con Zenga e poi con Montella, ha occupato il ruolo di difensore, terzino ed anche esterno in un centrocampo a cinque. Domenica scorsa, proprio contro il Napoli, ha agito da quarto di difesa a sinistra. A lui il compito (arduo) di francobollare Callejon e il suo vecchio compagno di squadra Hysaj. Prestazione opaca ed insufficiente, specchio rifletto d’un disagio tattico che ha investito l’intero reparto – e squadra – di Montella. Da oggi, però, anche quello è già passato: il futuro è il ritorno da Sarri e una nuova avventura al fianco di vecchi amici mai dimenticati.
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