PROTAGONISTI. Mertens-Zapata, falso 9 contro vero 9

Mertens

Diversamente centravanti e sarebbe strano il contrario: Dries Mertens è alto un metro e 69 centimetri per circa 60 chili di peso, Duvan Zapata sfiora l’uno e 90 e i 90 chilogrammi. Dentro Napoli-Atalanta spicca la matrioska dei numeri 9 agli antipodi, l’ha creata il destino cinico e baro a crearla. Se Osimhen non si fosse fratturato una parte del volto, oggi parleremmo di una sfida tra colossi. L’infortunio del nigeriano ha costretto Luciano Spalletti a riproporre Mertens nel ruolo del “falso nueve”, dove lo aveva collocato Maurizio Sarri da tecnico del Napoli quando si era fatto male Milik. Destino ha voluto che tanta sagacia si sia ritorta contro Sarri in Napoli-Lazio di domenica scorsa. Il belga ha incantato con una doppietta alla Maradona e ha segnato anche nel 2-2 di Reggio Emilia contro il Sassuolo. Tre reti in due partite, Mertens non ha dimenticato come si fa. Zapata neppure, per il colombiano 9 gol in 12 presenze con l’Atalanta nel campionato in corso. “Il centravanti è lo spazio”, così sentenziò Pep Guardiola da allenatore Barcellona, quando ebbe la folgorazione di lasciar libero Leo Messi di muoversi, di apparire e scomparire al centro dell’attacco, di creare vuoti che i compagni avrebbero riempito. Guardiola non ha inventato nulla, il concetto di “spazio” è alla base del calcio totale brevettato dagli olandesi, in particolare dall’Ajax e dall’Olanda di Rinus Michels e di Johan Cruijff, il maestro di Pep. Lo stesso Sarri pescò in questo mare di idee quando chiese a Mertens di muoversi come centravanti a scomparsa. E lo stesso Spalletti, alla Roma, si ispirò forse alla rivoluzione arancione per rendere Totti un 9 e mezzo. Mertens in più di un’intervista ha rifiutato l’etichetta: “Io sono un centravanti vero, non falso, visti i gol che ho segnato”. Legittimo, però le grafiche dei suoi movimenti sul campo dimostrano come il belga si spalmi dappertutto, un po’ centravanti e un po’ trequartista, con facoltà di allargarsi. È un vero “falso nove” e non potrebbe essere altrimenti. Se interpretasse la parte in modo classico e statico, finirebbe preda dei difensori; con il movimentismo e con l’abilità si rende immarcabile. Sa riempire lo spazio, e così ritorniamo a Guardiola e a Cruijff. Il calcio è questione di spazio. Lo si può creare con un dribbling, con la prevalenza della tecnica, oppure con una strategia di squadra.

Duvan Zapata ha giocato nel Napoli tra il 2013 e il 2015. È stato sfortunato, il suo biennio è coinciso con le stagioni d’oro di Gonzalo Higuain in azzurro. Duvan lo ha ammesso in passato: «Al Napoli sapevo di essere una riserva di Higuain». Una sfortuna con risvolti positivi: «Allenarmi assieme a Gonzalo è stato utile, ho imparato tante cose». Zapata incarna il centravanti dell’immaginario collettivo: è potente, ha un gran tiro, è inarrestabile in progressione. Bobo Vieri, se guardiamo indietro nel tempo. Harry Kane, se stiamo sul presente. Quel genere di centravanti che in Sudamerica chiamano el tanque, il carrarmato. Zapata, come loro, ci mette il fisico ed è il punto di arrivo perfetto del gioco di Gasperini. Ha imparato a giocare il pallone, come dimostra il dato nascosto sui passaggi positivi: Zapata, in questa Serie A, ne ha effettuati 16,75 a partita, sopra la media del ruolo, che è di 11,73. Una partecipazione al coro certificata dai tre assist effettuati. Duvan riesce a contenere l’egoismo tipico del centravanti. Era un attaccante “spalle alla porta”, Gasp gli ha insegnato i tempi e i modi per aggredire la profondità, che in fondo è una variante dello spazio. Gazzetta.it

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