ITALIA. Figc, Gravina si è dimesso: in pole per la successione Malagò e Abete
Una porta che sbatte in un corridoio di via Allegri, un brusio trattenuto, telefoni che vibrano all’unisono. È il pomeriggio di giovedì 2 aprile 2026 e, a Roma, il pallone italiano cambia traiettoria: Gabriele Gravina rimette il mandato alla guida della Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC). Non un’uscita di scena qualsiasi, ma la chiusura di un capitolo iniziato nell’ottobre 2018, attraversato dall’Europeo vinto nel 2021 e sigillato, nel modo più amaro, dall’ennesima «maledizione playoff»: il ko ai rigori a Zenica contro la Bosnia-Erzegovina il 31 marzo 2026, che condanna l’Italia alla terza assenza mondiale consecutiva e alla seconda «mancata qualificazione» sotto la sua presidenza dopo Qatar 2022. Il conto alla rovescia è già partito: le elezioni per il nuovo presidente sono fissate a sabato 22 giugno 2026, in pieno Mondiale 2026.
COSA È ACCADUTO: TEMPI, PAROLE E PROCEDURE
La decisione è stata annunciata durante un vertice con le componenti federali nella sede della FIGC a Roma. Nel comunicato diffuso e ripreso dagli organi di stampa, Gravina ha formalizzato le proprie dimissioni e ha indetto l’Assemblea Straordinaria Elettiva per il 22 giugno a Roma, scandendo anche i passaggi tecnici: la finestra per la presentazione delle candidature si apre entro i prossimi 40-45 giorni, nel rispetto dello Statuto federale e delle scadenze dei campionati professionistici. Nel frattempo, la governance resterà in carica per l’ordinaria amministrazione. È stata inoltre confermata la disponibilità dell’ex presidente a riferire in Parlamento l’8 aprile davanti alla VII Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera dei deputati sullo «stato di salute» del calcio italiano. Una calendarizzazione strettissima, figlia dell’urgenza.
LA PARABOLA DI GRAVINA
Eletto il 22 ottobre 2018 con il 97,2% dei voti dopo la fase di commissariamento, Gabriele Gravina ha guidato una FIGC che, tra il 2020 e il 2021, ha saputo coniugare progettualità istituzionale e successi sul campo. La notte di Londra, 11 luglio 2021, l’Italia campione d’Europa, ha rappresentato l’apice simbolico del suo mandato. A suggellare il lavoro «di sistema», i risultati delle Nazionali giovanili: i titoli Under 19 (2023) e Under 17 (2024), che hanno consegnato alla FIGC lo storico Premio UEFA «Maurice Burlaz» per la qualità del settore giovanile. Rieletto nel febbraio 2025 con il 98,7% dei consensi per il terzo mandato, Gravina ha riaperto il tavolo delle riforme a inizio 2026 toccando temi strutturali: sostenibilità economico-finanziaria, mutualità, riforma del Settore Tecnico, rilancio del Settore Giovanile e Scolastico, revisione del Club Italia, sviluppo del calcio femminile, qualità e governance del sistema arbitrale. Un’agenda ambiziosa, ma rimasta sospesa a causa dell’urto con la realtà sportiva.
LA FRATTURA SPORTIVA
I due punti di rottura, certificati dai risultati, hanno la precisione implacabile delle date: 1) 29 giugno 2024: l’Italia di Luciano Spalletti esce agli ottavi a EURO 2024, battuta 2-0 dalla Svizzera a Berlino. 2) 31 marzo 2026: a Zenica, la Bosnia-Erzegovina piega l’Italia ai rigori dopo l’1-1 e spegne il sogno Mondiale 2026. È la terza esclusione consecutiva a una fase finale (2018, 2022, 2026), ma, ed è un dato cruciale per leggere politicamente la crisi, la seconda «mancata qualificazione» mondiale nel periodo Gravina. Nel mezzo, tre commissari tecnici, Roberto Mancini, Luciano Spalletti, Gennaro Gattuso, e l’impressione di una Nazionale incapace di ritrovare una rotta stabile. Nelle ore successive al tonfo di Zenica, si è aperto anche il dossier Ct: Gennaro Gattuso non proseguirà sulla panchina azzurra, con i profili di Antonio Conte e Massimiliano Allegri tra le opzioni più discusse per la ricostruzione.
IL CRATERE ECONOMICO DI UN MONDIALE SENZA ITALIA
Dietro l’emozione e la politica ci sono i numeri, e qui il quadro è inequivocabile. Una mancata qualificazione al Mondiale significa perdita secca di introiti commerciali e televisivi, minori entrate da sponsorizzazioni, contrazione del mercato interno del pallone nell’arco di 12-18 mesi e un effetto domino su valorizzazione dei giovani, appeal della Serie A, e ranking. Stime recenti parlano di un costo potenziale alto in termini di mancati ricavi diretti e indiretti, aggravato dal fatto che si tratta della terza esclusione consecutiva. È su questi dossier, più che su slogan identitari, che si misurerà chi si candida a guidare la FIGC.
GLI SCENARI
Nel puzzle delle componenti (professionistiche e tecniche), i nomi che circolano con maggiore insistenza sono quelli di Giovanni Malagò (presidente del CONI) e di Giancarlo Abete (storico dirigente federale e attuale presidente della Lega Nazionale Dilettanti). Figure di alto profilo, con reti relazionali robuste e la capacità, reale o presunta, di tenere insieme la pluralità di interessi che abitano il pallone italiano. Ma ogni candidatura dovrà incrociare i numeri dell’Assemblea (pesi percentuali di Lega Serie A, Lega B, Lega Pro, LND, AIC, AIAC, AIA) e un calendario elettorale che lascia poco margine agli indecisi. Il mondo politico ha alzato il volume, basti pensare alle posizioni espresse dal ministro dello Sport nelle ultime ore, pur nel perimetro dell’autonomia delle federazioni. Anche il CONI, per voce della sua leadership, ha escluso l’ipotesi di un commissariamento: al momento non sussistono le condizioni regolamentari. Tradotto: la soluzione dovrà emergere «dall’interno» del sistema calcio, responsabilizzando le componenti. Il 22 giugno 2026 comunque non sarà un rito: sarà un banco di prova per capire se il calcio italiano ha imparato la lezione di Zenica.
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