IL GRAFFIO. Corbo: “Un errore sostituire i colonnelli Spalletti e Giuntoli con due onesti sottufficiali”

Corbo

Il Napoli affida la crisi alle buone stelle. Che guidino loro questa splendida unità degradata a vecchia carretta verso un porto sicuro. Il rinvio non è mai una soluzione coraggiosa, ma spesso la più saggia. Lascia almeno per altre due settimane i responsabili al riparo di processi e addii. Ma la crisi c’è, e va almeno ricostruita nella progressiva degenerazione. Dalle previsioni di agosto al penoso quinto posto attuale, a sette punti dal Milan capolista. Comincia nel grande equivoco che governa il Napoli. I presidenti sono due. Uno, fantastico visionario, uomo di conti e clausole ed un uomo di calcio inciampato nella più perfida illusione: è certo di sapere tutto e più di chiunque al mondo. Aurelio De Laurentiis pensava di aver vinto da solo il suo primo scudetto, e di poterlo rivincere ancora da solo, magari meglio perché erano intanto fuggiti i due colonnelli della trionfale stagione. Tale sicurezza non ce l’aveva neanche il tecnico-manager invincibile, lo scozzese Alexander Chapman Ferguson, che a Manchester allenava a torso nudo, rosso come i salmoni della sua Glasgow, 81enne oggi. Con prudenza decise lui quando uscire di scena e dedicarsi alle aste di vini milionari, prima che i risultati glielo imponessero. Confrontare i trofei di De Laurentiis e Ferguson è come misurare una bella villa dell’Appia Antica con uno dei seimila grattacieli della Grande Mela.
Primo errore fu lasciar fuggire Spalletti e Giuntoli, il Napoli sperava di vincere sostituendo i colonnelli con onesti sottufficiali, inferiori per grado ed esperienze. Il secondo fu non chiedersi perché se ne andava l’allenatore. Per il troppo amore come il neomelodico Spalletti raccontava in primavera o perché aveva intravisto le prime crepe nel puntuale aprile nero? Nel 2022 sfuma lo scudetto tra il 10 e 24 aprile. Un solo punto su 9 in tre gare. Nel 2023 la Champions, bruciato in Coppa e in A (0-4) dal Milan. De Laurentiis sostituì Benitez con una ideona, Sarri e Sarri con Ancelotti. Avvilito da Gattuso, rialzò la mira con Spalletti. Come è finito a Garcia, ultimi titoli nel 2011-2012-a Lille, un irrituale scivolone sulle sabbie arabe, rovinando su un bizzoso CR7? Scelta plausibile, Garcia fremeva per tornare i n Europa alla svolta dei sessant’anni. Aurelio e Rudi parlarono di danaro, dell’aliquota bassa per chi entra in Italia dopo almeno due anni di lavoro all’estero, ma non si dissero certe cose. Domandare a Garcia che cosa pensasse del Napoli, della nuova squadra da guidare, con uno scudetto in più e un Kim in meno, con anno in più e almeno qualche mediano di pregio in meno. Se Garcia avesse detto “non conosco il passato ma ho il mio calcio”,come nella conferenza del 2 settembre, i due si sarebbero salutati con l’ultimo caffè. Se la Filmauro fa i casting così frettolosi e affollati che sarebbe dei suoi saporiti cinepanettoni? Resta un labile compromesso. Proroga condizionata a Garcia per delega, perché si sono riuniti i protagonisti di una estate strana, nel ricordo del film “Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto”. Micheli e Meluso, tra questi. Forse anche Andrea Chiavelli, l’invisibile sempreverde del club. È da augurarsi che Garcia riacquisti fortuna nei cambi e quel rispetto che gli eviti il plateale disappunto dei giocatori in uscita. Ultimo caso Politano, che aveva dato l’anima. Lodevole il silenzio di Osimhen, l’unico che nella ressa finale poteva girare qualche palla di testa in rete. La proroga a sua insaputa se l’è data anche il presidente, rimasto a Milano. Deve per recuperare l’autorevolezza del ruolo. Tre le condizioni: 1) Evitare i livori di annosi e irrisolti contratti, caso Osimhen in primo. 2) Un codice etico interno, che punisca reazioni villane degli esclusi e proteste da vicolo degli agenti. 3) Decidere sulla panchina: Garcia o chi lo riporterà in Champions? 
Antonio Corbo per Repubblica 

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