Francesco Donato Perillo: “Ecco perché noi napoletani ci riconosciamo in Higuain”
ECCO QUANTO SCRIVE L’EDITORIALISTA DEL CORRIERE DEL MEZZOGIORNO FRANCESCO DONATO PERILLO SUL CASO HIGUAIN
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C’è qualcosa di più nella vicenda del nostro campione. Qualcosa di fortemente simbolico che sembra contenere il modo stesso di essere e di sentire di un’intera città. Colpisce infatti la contraddizione tra la potenza del gesto atletico del grandissimo goleador e la rabbia disperata del fanciullo tradito; tra l’esultanza del vincitore e la reazione incontrollabile dello sconfitto; tra la solarità del compagno di squadra e la solitudine del leader.
Contraddizioni che evocano il carattere stesso di una città fatta di luce e di ombra, di mare e di caverne. E del suo popolo, capace di grandi slanci e di cupe depressioni: i martiri del 1799 e i Sanfedisti, gli illuministi e i cortigiani, Filangieri e Masanielli, Murat e Ferdinandi, grandi industrie e latifondi sterminati, illustri giuristi e grandi camorristi. Napoletani capaci da una parte di eccellenza nella tecnologia come nella scienza e nell’arte, e dall’altra di inazione e d’infiniti piagnistei. Ci riconosciamo in Higuain perché sappiamo segnare e al tempo stesso piangere, sappiamo giocare da soli la partita del divario Nord-Sud e poi rivoltarci contro l’arbitro di turno e trovarci desolatamente isolati. Negli innumerevoli post pubblicati in questi giorni sui social network dai tifosi azzurri vi si legge la rabbia atavica di un popolo tradito da sempre, la denuncia furiosa del doppiopesismo, dell’assenza di giustizia, della prevaricazione di poteri occulti, del sistematico complottismo ai propri danni.
Nel calcio come in ogni campo della società sembra ci si trovi puntualmente di fronte all’impossibilità di vincere uno scudetto, quasi una congiura storica cui si reagisce con il frequente ricorso a un vittimismo sterile e orgoglioso al tempo stesso. È un po’ il nostro «complesso di Higuain»: capaci di grandi gesti e di buttare tutto all’aria; sentirci a ragione campioni incompresi, ma incapaci di metterci in discussione e di sentirci al centro delle nostre azioni. Ma la squadra e la città non sono giocatori di una partita impari, non sono il prodotto della loro situazione, ma delle loro decisioni.
Inutile scadere nel vittimismo sentendosi ostaggio di poteri forti e occulti, insinuare sospetti sulla regolarità di un campionato che non solo il Napoli, ma Napoli più volte ha rinunciato a vincere. Quando ha scelto una classe politica incapace di rappresentare i suoi interessi. Quando a partire dai primi anni 90 si è lasciata progressivamente deindustrializzare. Quando ha immobilizzato la gestione del suo porto, limitando la luce della sua finestra sul Mediterraneo. Quando, e sono vicende di oggi, la sua rappresentanza industriale non ha votato il suo naturale candidato alla presidenza di Confindustria. Quando il sindaco antagonista dei poteri occulti ha scelto di tenerla fuori dalla cabina di regia per Bagnoli. Se c’è una lezione che viene dal dramma di Higuain è forse quella di imparare una buona volta che da soli non si può giocare.
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