ALTRE PALLE. “Full” Fiorito: “Coach wants to see you…”
“Coach wants to see you…bring your play book”. Mentre in Italia è cominciato col botto il campionato di calcio (e dalle prime battute la frattura tra le squadre di prima fascia e quelle figlie di un Dio minore mi pare netta ed evidente) in America di questi tempi la frase più temuta e più sentita è questa: il coach vuole vederti, porta il libro degli schemi.
Per ognuno dei 1400 atleti che aspirano ad uno degli 848 posti al sole nelle squadre professionistiche di football Americano, queste parole stanno a significare che il sogno è finito. Il coach ti deve dire che non sei stato veloce abbastanza, forte abbastanza, cattivo abbastanza. O forse che sei solo troppo vecchio, o che le tue ginocchia non garantiscono più per te. O che il tuo contratto è troppo oneroso e c’è un giovanotto dell’Alabama che gioca nel tuo stesso ruolo alla metà dei soldi.
Le motivazioni possono essere innumerevoli e molti dei ragazzi che oggi (termine che avevano le squadre per ridurre il roster ai fatidici 53 elementi) sono stati “tagliati”, rimugineranno a quel placcaggio mancato, a quella palla scivolata tra le dita, a quello schema mal eseguito.
Questo è il mondo dei professionisti oltreoceano: cinico e capitalistico. Lo specchio della nazione che lo ospita. Se sei bravo ce la fai, se non lo sei, o non lo sei più, arrivederci e grazie. The show must go on.
Tra coloro che purtroppo non ce l’hanno fatta c’è anche il nostro Giorgio Tavecchio, al quale non è bastato un ottimo pre – campionato (con l’86% di calci realizzati) per ritagliarsi un posto nei Green Bay Packers. Nel novero delle teste rotolate spiccano i nomi di Tim Tebow, ex astro nascente dalle mille copertine patinate, i cui risultati sul campo sono stati molto peggiori dei suoi pur bravi addetti stampa, e Jonathan Dwyer, che in una settimana è passato da titolare a dover rivedere la sua etica professionale e sportiva fuori dai professionisti.
Tra coloro che non hanno più di questi problemi, ammesso che un giocatore del suo calibro li abbia mai avuti, c’è Ray Lewis. Il miglior middle linebacker della storia di questo sport, ritiratosi un secondo dopo aver vinto il suo secondo superbowl, in una recente intervista ha lasciato intendere che il famigerato black out che ha interrotto la finale dello scorso anno non fosse accidentale, ma una manovra disperata per far rientrare in partita i Forty-Niners, sotto di 22 punti e rivitalizzati dalla pausa forzata.
“Se sei nato in un quartiere povero come il mio” ha commentato Lewis “allora la luce può anche andarsene perché non sempre c’erano i soldi per pagare le bollette, ma se sei una compagnia multimilionaria, allora non può esistere che la luce vada via!”.
In Italia un’accusa del genere, anche se velata, avrebbe suscitato un vespaio mediatico con coinvolgimento delle autorità. Il patron di San Francisco, Jed York, ha preferito buttarla sul ridere rispondendo “non c’è stata nessuna cospirazione, ho semplicemente staccato la spina !”. a volte basta poco per sdrammatizzare.
Giuseppe“Full” Fiorito, grande appassionato di sport a stelle e strisce e telecronista per hobby, ha frequentato l’Isef della Lombardia e giocato a Football Americano
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