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È stato scritto. Primo stop dopo vent’anni di presidenza. Giovedì scorso ha parlato chiaro. Non si ferma, prosegue il viaggio. Ammette i suoi errori, non li riconosce tutti, parte ne scarica su altri senza dirlo in pubblico, ma le voci di dentro raccontano abbastanza, sono giorni difficili per il Capo Scouting Maurizio Micheli che propose lo spaesato Bernardo Natan come erede del pilastro Kim. Riparte dal burrone che si è creato subito dopo lo scudetto. Promette: “Vi darò un Napoli fortissimo”. Un modo per chiedere fiducia.
Napoli gliela dà. Per tre motivi.
Primo, in queste ore l’Inter che gli sfila il titolo va a sbattere contro i debiti. La finanziaria americana Oaktree (12% di interessi) non intende rinnovarlo quello di 390 milioni. Domani in Lussemburgo il presidentino cinese Zhang può sottrargli azioni e club. La gestione di De Laurentiis è invece virtuosa.
Sfiora i 200 milioni la “posizione finanziaria netta” proiettata a fine esercizio, 30 giugno. Un recordper una serie A afflitta da 1.4 miliardi di debiti, tollerati dagli organi federali. Secondo, il pubblico forse no ma De Laurentiis sa bene che non può sbandare più. Verrebbe meno la mission. L’affare calcio nella galassia Filmauro. Come azienda privata pura, il Napoli deve centrare due obiettivi. Il profitto dei soci e la qualità del prodotto per poterlo vevdere. Quindi: soldi per tutti i De Laurentiis e risultati per rendere il Napoli attrattivo.
Oggi solo il primo è centrato, il Napoli incassa bene quest’anno.
Ma sul campo è uno sfacelo. E preoccupano le parole di un uomo onesto come Calzona. Si rammarica di lasciare il Napoli dove l’ha preso. Dalla zona grigia non è mai uscito. Onda piatta nonostante violenti elettrochoc di De Laurentiis, cambio di allenatori, preparazioni, formule di gioco. Nessuna reazione. La fuga di Spalletti ha lasciato tigri di marmo. Sarebbe bello capire di più. I guasti vanno cercati anche fuori campo. I giocatori si rivolgono a Calzona per la minima necessità. Accadeva anche prima.
Sempre e ovunque si sentono poco assistiti. Dall’arrivo in ritardo dei biglietti omaggio, all’impianto Sky, alle docce fredde. In questi anni sono uscite come spifferi le voci più bizzarre. Come se non ci fosse un vicepresidente dedicato dall’alba al tramonto.
Ripartire significa cambiare tutto.
Non inseguire più visioni. Come reclami per entrare nel Mondiale Fifa Club 2025, l’utopia dello stadio a Bagnoli occupando prime pagine e Palazzo Chigi, frecciate al sindaco e elogi al governatore in una politica surreale.
Nessuno può dare l’impossibile. È stata poi avallata per mesi la scelta di Conte su canali radiotelevisivi.
Conveniva placare i tifosi e prendere tempo, Conte è visto infatti come l’allenatore molto caro e intransigente con le società, l’idea giusta per arginarel’esuberante. Ma incompatibile non solo con De Laurentiis se è ancora disoccupato.
Facile prevedere lunga attesa per la ricostruzione. La chiusura dei rapporti di Gasperini in sub ordine Pioli e altri. Difficile uno straniero perché non sarà più valida l’aliquota ridotta del Decreto Crescita. È bastato Rudi Garcia assunto a prima svista. Le incognite più suggestive: l’ingaggio di Giovanni Manna, scelto da Andrea Chiavelli come Giuntoli, può essere una luce sul mercato estero e nei rapporti interni, astratto finora Meluso.
Manna può trattare in uscita l’affare Osimhen, ma anche Kvaratskhelia, un diamante da limare. Che non sia stato finora prorogato il contratto al contrario dei giocatori di una diversa scuderia (Di Lorenzo, Politano, Mario Rui) spiega anche il suo malessere, ma anche altro in una squadra irrisolta. Tocca al presidente intervenire. Ha le capacità. Se non trascura il prodotto calcio per smarrirsi in un labirinto di affari e visioni audaci.

Antonio Corbo per Repubblica 

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