0 Condivisioni

Allegri è tornato, ma tardi. È passato troppo tempo. Era sicuro di trovare la stessa Juve che aveva lasciato a Sarri con il penultimo scudetto di una serie fantastica ma bruscamente interrotta. È appannata. Si è lasciata coprire da un velo di polvere come sull’argenteria che non splende più, ancora meno oggi che se n’è andato Ronaldo. L’orgoglio torinese tende a cancellarne il ricordo. Un punto dopo tre giornate per una Juve che non ribalta più il passivo, la sua difesa è usurata anche dopo le fatiche con la Nazionale. Prezioso com’è stato dopo una decina di minuti, il dono del contemplativo Manolas, sarebbe stato custodito meglio dall’altra Juve. Ferrea nel suo cinismo. Il Napoli tutto fatica e coraggio brutalmente ne svela la sua nuova dimensione. Vi riesce il Napoli dall’alto di un primato solido che riflette i tempi: in un calcio piegato all’austerità, vince chi ha coesione morale, consapevole disponibilità all’emergenza, ma soprattutto una guida tecnica adeguata.
Dalle angosciate urla di Gattuso nel silenzio cupo di stadi vuoti, sembra tutto diverso. Spalletti lascia sulla terza vittoria l’impronta del responsabile ottimismo che sa trasmettere nei momenti cruciali. Manolas si flette come un giungo molle, cede la palla a Morata senza accorgersi di averlo alle spalle. La partita sembra chiusa su quello sciagurato errore, perché Allegri ha una Juve diversa, ma non è cambiato lui. Chiude ogni ingresso al Napoli arretrandola di una ventina di metri. Spalletti attende la fine del primo tempo senza drammatizzare lo svantaggio. Sa che ci sono dei guasti da riparare: Politano a destra incrocia Pellegrini e ne subisce la costante applicazione. Osimhen ha poco spazio, soffoca, sbatte su una difesa raccolta in un grumo intorno al duro Chiellini. Elmas stenta. Insigne forse emozionato sapendo che poche ore prima il suo procuratore aveva ricevuto l’invito di De Laurentiis ad un colloquio dopo mesi di incontri solo immaginari. Proprio quel tiro ormai famoso, il solito tiro ellittico di Insigne, dà valore ad un inserimento di Fabiàn Ruiz. Ora Politano c’è, ed è diabolico il suo diagonale in slancio estremo. Quel Politano che Spalletti aveva lasciato in campo dopo un grigio primo tempo, preferendo ritirare Elmas e dare frenesia all’attacco con Ounas sottopunta. Non un cambio scontato, ma una variante tattica che porta il Napoli a dominare la partita su una Juve calante. Superiorità che si legge in molti nomi: svettano Mario Rui a sinistra, Fabiàn Ruiz ridimensiona Locatelli sempre più ruvido perché in affanno, Di Lorenzo sovrasta ormai Kulusevski, bene Anghissa come mezzala destra vecchiol stampoi, ci si mette il trasognato Moise Kean che entra in tempo per girare di testa verso il suo portiere, solo una carezza di Szczesny non basta ad evitare il gol e l’irruenza di Koulibaly che porta la palla in rete e Allegri a otto punti da Spalletti, allenatore di un Napoli finalmente ricondotto all’arte di vincere ragionando. Quanto basta per riportare in scena De Laurentiis a dispensare sorrisi e astiosi riferimenti. Era il sabato della riconciliazione con il gruppo Insigne e con se stesso dopo mesi di irata solitudine. Antonio Corbo per Repubblica