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Chiedimi se sono felice, suggerisce lo sguardo di Fabio Cannavaro che trascorre la vigilia della firma con il Benevento, pedalando per chilometri in bicicletta sul litorale domizio. Tutti si domandano perché abbia deciso di ripartire dalla serie B. Tutti, tranne lui. Nessuno più di Cannavaro ha saputo coniugare il verbo del momento: ripartire. Lo ha fatto quando ha deciso di volare a Dubai, nell’Al-Ahli, pur di iniziare la sua avventura di allenatore nel 2013. Lo ha fatto dicendo di sì al Tianjin Quanjian, serie B cinese, dove ha conquistato la promozione prima del salto alla Juventus d’Asia, al Guangzhou, in Cina. E lo fa adesso, dopo un anno quasi senza allenare, in astinenza da pallone, dicendo di sì alla serie B, al Benevento. Il Pallone d’oro, l’uomo che alzò la coppa del mondo in quella notte di Berlino del 2006 ricomincia da Benevento, la sua prima panchina italiana. Lui che a marzo sembrava destinato a prendere il posto di Mancini nel ruolo di ct dell’Italia e che ha detto no alla panchina pure della Polonia dopo essere stato corteggiato da Everton e Leicester. Per Cannavaro è un nuovo inizio della sua saga. Fabio fa parte di quella generazione che da tempo punta a conquistare il potere. Da Pirlo a Gattuso, da Nesta a Inzaghi e De Rossi (pure lui in lizza a inizio campionato per prendere il posto di Caserta) è una generazione parecchio unita. Ed è quella dei campioni del mondo del 2006. La serie B è un’altra dimensione ma Cannavaro non è per nulla spaventato anche se sa che è un incarico complicato anche perché il Benevento ha vinto solo 2 gare nelle prime sei di campionato. Ma è preparato, carico, già con i video dell’Ascoli (la prima avversaria domenica in casa) e il resto viene da sé. Porta il fratello Paolo che è stato, forse, determinante, nella decisione di non aspettare più altre chiamate. Era arrivato il momento per tornare, senza attendere le sirene inglesi o altro. Vigorito non è un presidente che divora gli allenatori con la medesima atterrita inquietudine di Saturno coi propri figli. E così non è un caso che Cannavaro abbia deciso di legarsi per due anni con il Benevento perché non vuole sentirsi come uno di passaggio. Voleva ricominciare. Ha lasciato un anno di ingaggio (e che ingaggio: 14 milioni di euro) ai cinesi perché con il lockdown spietato che lo ha costretto a due anni in naftalina, proprio non riusciva più a convivere. Da quel momento, Cannavaro non ha smesso di aggiornarsi: è volato a Londra e lì ha seguito ogni fine settimane le partite di Premier. Al Maradona era ospite fisso di De Laurentiis con cui il feeling è notevole. Si è legato con Pini Zahavi, uno dei manager più alla moda, ma alla fine l’ingaggio al Benevento lo ha trovato grazie a se stesso, al suo nome, alla sua fame. E anche per la mossa del ds Foggia che ha avuto la tenacia di chiamarlo e provarci, visto che sono entrambi della Loggetta. Perché mica è facile telefonare al Pallone d’oro del 2006, l’icona del calcio italiano, la stella di Berlino e dire: «Ti va di venire a Benevento?». È una operazione favolosa, quella messa a segno da Oreste Vigorito. Perché Cannavaro è simbolo, baluardo e fotografia, anima e cuore dell’Italia che nel 2006 regalò il Mondiale in Germania. E che non ha mai detto addio al calcio, anche se per continuare il suo sogno è volato in Asia. Ora è la prima volta in Italia. Avrebbe potuto attendere ancora un po’ ma non ce la faceva: sentiva il richiamo del campo, la voglia di tuffarsi nella mischia degli allenamenti tutti i giorni, dei discorsi ai calciatori prima di ogni partita. No, proprio non poteva dire di no al Benevento. D’altronde, casa è a due passi: ne prenderà una pure lì ma ogni volta che avrà voglia tornerà a guardare il mare di Napoli. Che, in Cina, gli mancava più di ogni altra cosa al mondo. Mattino.it

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