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Dopo molto, troppo, tempo torno a commentare il variegato mondo sportivo a stelle e strisce nella speranza di raccontare delle storie appassionanti o qualche avvenimento entusiasmante.
Non che in questi tre anni non ci sia stato nulla degno di nota, tutt’altro, ma quello che sta accadendo in questi giorni oltreoceano travalica i meri confini sportivi ed approda in contesti che vanno dal sociologico al politico, temi nei quali mi muovo con meno sicurezza, ma con un peso specifico tale da far riaprire il Pc anche ad un pigro “scrivano” come il sottoscritto.
Andiamo per ordine. All’inizio della scorsa stagione Colin Kaepernick, allora quarterback dei San Francisco 49ers si inginocchiò durante l’inno nazionale, lui, figlio di una coppia mista (il padre di colore e la mamma di origine Italiane) in segno di protesta per le violenze subite dalla comunità di colore da parte della polizia in più parti degli Stati Uniti.
Fu il sassolino che generò la valanga. A poco a poco, partita dopo partita, in parecchi stadi si sono moltiplicati i giocatori che hanno adottato questa pacifica e silenziosa protesta. La qual cosa ha mandato su tutte le furie il presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump il quale, con la diplomazia che lo contraddistingue, ha twittato che i proprietari delle squadre dovrebbero licenziare i giocatori che mancano di rispetto alla bandiera. L’effetto boomerang è stato a dir poco impressionante. Intere squadre, compresi talvolta i loro proprietari, durante l’inno si sono inginocchiate o non sono nemmeno entrate in campo.
Non tutti la vedono come Kaepernick (che nel frattempo, complice anche un annata poco felice, è stato tagliato da San Francisco e non è riuscito ancora a trovare una squadra disposta a prenderlo, nonostante ci sia più di un lanciatore meno bravo di lui tra i 96 Qb dell’NFL) ma tutti ritengono sacrosanto il diritto di esprimere, pacificamente, il proprio dissenso.
In quella che è considerata “the land of freedom” questo concetto dovrebbe essere alla base di tutto. L’America però è anche la terra delle grandi contraddizioni, tanto è vero che nella settimana successiva al patatrac presidenziale la maglietta più venduta della lega è stata quella di Alejandro Villanueva. Chi è costui ? Un affabile omone di linea dei Pittsburgh Steelers, solitamente agli antipodi dalle luci della ribalta che, mentre tutta la squadra era negli spogliatoi durante l’inno, ha chiesto sottovoce il permesso al coach ed ha fatto capolino da solo, in piedi con la mano sul cuore, dal tunnel che dava sul campo. Il suo gesto non è passata inosservato (difficile non notare “Big Al” visto i suoi 2 metri e 6 cm per 145 Kg) e la sua storia ha fatto subito breccia tra i media Americani, bravissimi a fiutare uno scoop. Villanueva prima di diventare professionista è stato un soldato decorato con la bronze star per i suoi servigi in Afganistan. Intervistato nel dopo partita ha dichiarato che non voleva mettere in difficoltà l’allenatore o far fare brutta figura alla squadra, ma per rispetto ai suoi commilitoni sentiva giusto salutare la bandiera.
“non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo” Al di là delle ideologie politiche o patriottiche che ognuno di noi ha, questo concetto dovrebbe essere di facile comprendonio persino per un presidente degli Stati Uniti, il cui unico risultato è stato quello di allontanare i media dal vero motivo della protesta.

Giuseppe“Full” Fiorito, giornalista, appassionato di sport a stelle e strisce e cronista per hobby, ha frequentato l’Isef della Lombardia e allena una squadra di Football Americano.