FUORIONDA. Gianfranco Coppola: “America’s Cup, una coppa coi baffi. Ma attenzione ai barbieri…”
Vien voglia di parafrasare Maurizio Costanzo: una Coppa coui baffi, buona Coppa a tutti. Da oggi, martedi, scatta ufficialmente l’operazione America’s Cup che sembra una di quelle impossibili corse in terza ruota, per usare termini ippici. Napoli prima beffata da Venezia, mentre le autorità facevano il souplesse come i pistard del ciclismo, inchiodati sui pedali un bricolo avanti e uno indietro, ecco gli amministratori della città lagunare piombare in Inghilterra e firmare tutto. Venezia sorpassa Napoli, titolo scontato ma efficace. Poi è partita la rincorsa, e complice la trasferta del Napoli a Manchester per la sfida col City ecco un’altra impresa sportiva. C’è la firma, a Napoli una sfilata dell’America’s Cup in scala: ricordiamo che nelle world series gareggiano i prototipi delle barche si contenderanno la coppa che ha più di 150 anni, 45 piedi contro 72. Subito progetti e plastici inondarono studi di progetto e menti fantasiosi: ecco come diventerà Bagnoli, ecco lo spettacolo da Nisida occhieggiando Procida, Capri, Ischia. Macchè, tutto da rifare. Veti e controveti, sussurri (c’è chi non vuole la Coppa a Napoli, spaziando dalla Magistratura alla Politica istituzionale, incroci di veleni tra vecchi e nuovi fusti, assetti da ritrovare) insomma un caos che si scontrava con la sbandierata, ed in effetti, veritiera sinergia istituzionale a mo’ di moschettieri per avere la Coppa a Napoli. Uno per tutti, tutti per uno. Nel corso della presentazione a Castel dell’Ovo si rotolava tra bignè di parole, si scivolava su piste di sapone tanta era la cordialità. Poi, percorso in salita. Fino però al fatidico sì. Perdere le gare della Little Anerica’s sarebbe stato oltre ad un danno d’immagine un tracollo economico, con penali di centinaia di migliaia di euro. Dunque, si farà. E sarà una Coppa coi baffi, quelli davanti alla cartolina di Napoli, il mare che luccica e il Vesuvio sullo sfondo. Da oggi si comincia a lavorare, avverte il presidente del comitato organizzatore Paolo Graziano. Si, ma come? Per far cosa? E’ tutto un pissi-pissi: mostre di qua, rassegne di là, sfilate e parate, concerti e circoli in abito da festa. Vedremo. A meno che di sera non ricorreremo alle bancarelle di Rotonda Diaz: acqua, limone e bicarbonato, dotto’? Già, soffro di acidità di stomaco. Buon vento.
Gianfranco Coppola
Questo articolo è stato inserito da Antonello Perillo il 07/02/2012 alle 19:30, ed è archiviato in Azzurrissimo. Puoi seguire le risposte a questo articolo con i feeds RSS 2.0.Puoi andare alla fine e lasciare un commento. Il Ping al momento non è permesso.
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#4 Pubblicato da ettore 3 mesi faJosè Alberti, esperto di calciomercato sudamericano, ha parlato in esclusiva a “RadioMercato” del futuro dei tenori del Napoli. Ecco quanto si legge su Calciomercato.it: “Sicuramente Lavezzi lascerà il Napoli a fine stagione, ma non andrà in Italia: giocherà in Inghilterra, nel Liverpool. Due anni fa il Manchester City aveva avanzato un’offerta non sufficiente per lui. I giocatori argentini si parlano in nazionale: quando Lavezzi scopre che Cambiasso e altri suoi compagni prendono molto più di lui, è normale che possa voler cambiare aria. Sta facendo molto bene in azzurro, ma ha 27 anni e comincia a vedere che potrebbe guadagnare molto di più in un’altra squadra. Stesso discorso per Hamsik, ma non per Cavani: l’uruguaiano è molto religioso, non ha grande interesse per il denaro”.JOSE’ ALBERTI,UN UOMO UN PERCHE’……….
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#9 Pubblicato da nunzioazzurro 3 mesi faMa questo fallito fi Alberti, l’unico incarico che gli hanno dato in Italia è fare da interprete a Maradona quando venne a Napoli. gli è rimasto di traverso il resto elemosinare alle varie TV avellinese e di conseguenza è diventato tifoso pecoraro e denigratore Napoli. ETTORE, questo dice sempre le stesse cose, questo lo ha detto gia durante i Mondiali e la Coppa America una decina di volte io a fine campionato non lo vorrei incontrarlo di faccia se no lo inondo di saliva idrica, da sputargli in faccia. M apensa al tuo Avellino, tutti sul Napoli ci campano, come quella lota stasera a SKY, di Mauro Suma che ha detto tutto il quadro è incominciato da Aronica. Lota e anche se fosse il tuo lurido slavo a che titolo si avvia a passi spedito per mollare un ceffone, lota questo è giustificabile, lota di Suma. Quante accozzaglie intorno al Napoli.
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#10 Pubblicato da antonio ex best 3 mesi faBuonasera a tutti, dopo una lunga giornata di lavoro, ho dato una sbirciata a tutti i post . Quello che più mi ha colpito, come l’amico Nisida ricordava, è relativo al fantomatico sceicco.
MAGARI!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
Penso che sia una bufala, ma da tifoso mi auguro che ci sia un reale interesse di un superfacoltoso.
Abbiamo vinto qualcosa quando annoveravamo tra le fila il più grande di tutti, sua maestà Diego, contornato da calciatori di gran livello.Con De Laurentiis, buon amministratore, al massimo potremmo portarci a casa una coppa italia.
Ci vogliono i campioni, quelli veri, altrimenti si rischia di far solo buoni campionati alternati a stagioni anonime.
Ricordo il Napoli di Rino Marchesi, quello di Rudy Krol, Musella, Ferrario, che perse uno scudetto facendosi battere in casa da un autogol di Moreno Ferrario al primo minuto di gioco da un Perugia retrocesso da tempo. Quello poteva trasformarsi da sogno in realtà, come se ne ripetono uno ogni tanto, vedi Verona, ma la realtà ci dice che si vince solo quando si allestiscono squadroni.
De Laurentiis non ha nè forza nè volontà per farci rivivere fasti antichi.
A presto -
#11 Pubblicato da santo 3 mesi faLe esternazioni di Jose’ Alberti mi fanno ancora una volta capire che io di calcio non capisco niente.
Nella mia ignoranza che purtroppo per me non arriverà mai alla sua non sapevo che per sapere quanto guadagna un compagno di nazionale nel club di appartenenza l’informazione segreta e riservata veniva appresa in occasione del ritiro della nazionale stessa.
Ne ho parlato con un mio nipotino che mi ha detto che invece queste cifre lui le conosce già, poi mi ha detto che le sanno tutti e poi mi sono ricordato che qualche cifra la conoscevo anch’io, nonostante l’età.
Ma signor JA per cortesia, mi faccia il piacere, in questo mondo di computer e guerre stellari lei gioca ancora con il cavallino a dondolo, ma per favore….
Provi a chiedere a Cavani se per la sua religiosità resta a Napoli con l’attuale contratto dimezzato…
Ma per favore…. -

Dedico anche questo all’amico Antonio Best, che sarà molto interessato.
Pubblichiamo uno stralcio del libro “Fuori Gioco”, del giornalista de L’Espresso Gianfrancesco Turano, in uscita da pochi giorni, nel quale viene analizzato il rapporto tra i presidenti dei maggiori club e il potere. Da Della Valle a Berlusconi, da Preziosi a Moratti, non manca il numero uno del Napoli Aurelio De Laurentiis, del quale viene ripercorso il lungo approccio per arrivare a capo della società partenopea.
Aurelio De Laurentiis è l’erede di un piccolo impero al crepuscolo. Da quando ha incominciato a lavorare come produttore, nella seconda metà degli anni Settanta, l’industria cinematografica italiana ha continuato a declinare. Oggi il cinema pesa soltanto per il 26 per cento sui ricavi del gruppo De Laurentiis. Un altro 3 per cento è frutto di attività imprenditoriali secondarie. Il flusso principale (71 per cento) arriva dalla Società sportiva calcio Napoli, costituita nell’agosto del 2004 dopo il fallimento dei precedenti azionisti e la retrocessione in serie C1. In questa rapida inversione di ruoli fra l’attività imprenditoriale di partenza e il calcio, De Laurentiis ha seguito il percorso di alcuni colleghi che, forse non a caso, sono fra i suoi partner di calciomercato più frequenti: Maurizio Zamparini del Palermo e Gianpaolo Pozzo dell’Udinese. In tre anni, quanti ne sono passati dal 2004-2005 al ritorno della squadra in serie A, il presidente del Napoli ha spostato il baricentro dei suoi affari verso il pallone, convinto che i sostenitori degli azzurri, stimati il quarto gruppo di tifo italiano dopo la trimurti Juventus-Inter-Milan, possano dargli soddisfazioni economiche più grandi degli spettatori del cinema. I dati gli danno ragione. Il primo triennio di gestione del Napoli dal 2004 al 2007 è costato poco meno di 17 milioni di euro. Nel giugno del 2010, l’ultimo bilancio disponibile, la società ha chiuso il quarto esercizio consecutivo in utile. Dal 2008 al 2010 il club ha guadagnato in totale circa 24 milioni di euro netti. Nello stesso periodo, la controllante Filmauro ha realizzato profitti netti complessivi – Napoli incluso – pari a 25,6 milioni.
Non ci vuole un genio dell’economia per capire che De Laurentiis fa i soldi con Lavezzi e Cavani e va sì e no in pari con De Sica e Ghini. Nel futuro immediato l’orientamento, con il Napoli in rialzo e il cinema in ribasso, dovrebbe confermarsi. Le avventure di Christian De Sica mostrano la corda, tanto che si parla di ricostituire il tandem degli anni migliori con Massimo Boldi. Nel frattempo il Napoli è arrivato terzo in campionato e ha conquistato una qualificazione diretta in Champions League che da sola vale una decina di milioni di euro, senza contare le vittorie ottenute nell’edizione 2011-2012. A differenza dell’amico Diego Della Valle, che stenta a ingranare con la Fiorentina e preferisce proiettarsi sullo scenario politico post-Berlusconi, De Laurentiis mostra un attaccamento crescente verso il club. Anche se i conti stanno funzionando, il fattore emotivo ha un ruolo dominante. Per il romano De Laurentiis, come già per il romano Vittorio Cecchi Gori con la Fiorentina, la squadra è l’occasione di un ritorno alle origini e alle radici della famiglia, partita da Torre Annunziata alla conquista del cinema. Sia nella Filmauro sia nel Napoli, le cariche aziendali riflettono la fedeltà di De Laurentiis alla struttura familistica di stampo meridionale. Nel consiglio di amministrazione del club i due vicepresidenti sono Jacqueline Baudit, la moglie svizzera di Aurelio, e il terzogenito Edoardo, nato nel 1985. Valentina, la figlia nata nel 1981, fa parte del consiglio di amministrazione. Il primogenito di Aurelio, nato nel 1979, si chiama Luigi come il nonno ed è consigliere della Filmauro insieme ai genitori. Vicepresidente è il fratello Edoardo, mentre la presidenza della holding è riservata a Maria Rendina, la madre di Aurelio, nata a Roma il 13 novembre 1916. Rispetto alle accomandite maschiliste dei presidenti del Nord, casa De Laurentiis è il paradiso delle pari opportunità.
A metà degli anni Novanta lo statalismo va in crisi. La grande stagione delle privatizzazioni investe anche il cinema. Gli studios di Cinecittà, a capitale pubblico, entrano in un elenco di dismissioni che include banche e industrie. Fra le banche c’è la Bnl, che è il maggiore partner creditizio dell’industria cinematografica italiana fin dal dopoguerra. La Banca nazionale del lavoro condivide con Cinecittà anche il manager, Luigi Abete. Tocca a lui occuparsi di cedere ai privati la gestione degli studios di via Tuscolana che non lavorano più al ritmo di una volta, colpiti dalla crisi del cinema nazionale e dalla concorrenza di altri centri di produzione aperti nell’Europa orientale. All’inizio del 1998 la privatizzazione si conclude con l’insediamento del nuovo consiglio di amministrazione. I nuovi soci privati sono Aurelio De Laurentiis e Vittorio Cecchi Gori, che entrano con una partecipazione inferiore a quella prevista dall’aumento di capitale iniziale. Sempre i soliti invidiosi fanno notare che i due privati sottoscrivono in partenza azioni per una somma inferiore alla loro esposizione debitoria verso Cinecittà: i privati versano 7,5 miliardi di lire in tutto contro i 23,5 miliardi di lire pubbliche sborsati dall’Ente cinema.
Nel 2009 la situazione è la seguente: dopo una serie di avvicendamenti rispetto allo schema di cessione del 1998, la gestione di Cinecittà è in mano a Cinecittà Studios, controllata all’80 per cento dai privati dell’Ieg (Italian Entertainment Group) e per il 20 per cento da Cinecittà Luce, la società pubblica proprietaria dei teatri e del terreno. I soci dell’Ieg sono il padrone della Fiorentina Diego Della Valle, Aurelio De Laurentiis, la finanziaria lussemburghese Orium della famiglia Haggiag (i proprietari dei cinestudi Dear), il costruttore romano Fabrizio Navarra e lo stesso Abete, che nella vicenda Cinecittà ha vestito tutte le casacche: è stato banchiere creditore con Bnl, privatizzatore come manager pubblico e utilizzatore finale privato. Il costo dell’operazione di privatizzazione, già molto contenuto, è abbondantemente compensato dalla possibilità di sfruttare un marchio che lo Stato ha, di fatto, regalato.
Il Napoli di Ferlaino e Maradona. Dopo aver visto come vanno gli affari di Aurelio De Laurentiis nel campo del cinema, passiamo al settore più redditizio, quello del calcio. Il produttore di origine campana compra il Napoli nell’estate del 2004 per 32 milioni di euro, battendo la concorrenza di Gaucci e Zamparini. La conquista della squadra va a segno dopo due tentativi andati a vuoto, uno nel 1997 e uno nel 2000. Il terzo riesce perché il club è appena fallito dopo venticinque anni di vita spericolata. Il crac finale è da attribuire a Salvatore Naldi e al suo predecessore Giorgio Corbelli. Ma la crisi della squadra risale a molto tempo prima, durante la gestione di Corrado Ferlaino, costruttore che deve la sua fortuna imprenditoriale alla capacità di destreggiarsi fra i clan democristiani imperanti sul Golfo nella Prima Repubblica, cioè soprattutto i seguaci di Antonio Gava e gli andreottiani. Ferlaino è stato uno dei proprietari di club italiani di serie A più longevi. Il suo regno incomincia nel 1969, quando l’ingegnere napoletano subentra al comandante Achille Lauro, ed è durato fino al 2002. Fin dall’inizio della sua presidenza Ferlaino punta sugli ingaggi clamorosi. È suo il record di mercato degli anni Settanta, quando compra il centravanti Beppe Savoldi dal Bologna. I due miliardi di lire spesi nel 1975, attualizzati ai prezzi odierni, sono pari a 10 milioni di euro, che possono sembrare una miseria rispetto ai valori odierni del calciomercato.
Ma al tempo il transfer di Savoldi scatena discussioni epocali sulla decadenza della società italiana appena uscita dalla crisi petrolifera e dall’austerity del 1973-1974. I tifosi già pregustano il primo scudetto. Ma i miracoli richiedono tempo, come sanno i devoti di san Gennaro. Nonostante le spese, il Napoli vive stagioni mediocri, a eccezione di un secondo posto nel torneo 1974-1975 e della vittoria in Coppa Italia l’anno dopo, con Savoldi al centro dell’attacco azzurro. Alla riapertura delle frontiere ai calciatori stranieri nella stagione 1980-1981, Ferlaino torna a far sognare i napoletani con l’ingaggio del difensore Ruud Krol, capitano della nazionale olandese e vicecampione del Mondo nel 1974 e nel 1978. Ma neppure con Krol succede niente.
Quattro anni dopo Ferlaino tenta un altro rilancio: il 5 luglio 1984 arriva allo stadio San Paolo il Messia in carne e ossa, Diego Armando Maradona, che si infila la maglietta con il numero dieci. Con lui in squadra, il Napoli vincerà due campionati nel 1987 e nel 1990. Le modalità dell’arrivo di Maradona la dicono lunga sul comitato di potenti che gravita attorno al Napoli. L’acquisto del calciatore dal Barcellona viene garantito attraverso un accordo fra l’allora sindaco dc, Enzo Scotti, e il vertice del Banco di Napoli retto dal potente banchiere di nomina democristiana Ferdinando Ventriglia – detto “‘o Professore” per avere insegnato qualche mese all’università dopo la laurea – che è al suo secondo mandato nella maggiore banca del Mezzogiorno. Dopo la prima reggenza tenta di fare carriera a livello nazionale ma resta coinvolto nel crac della Banca Privata di Michele Sindona. Al processo, Ventriglia ottiene l’assoluzione ma perde la corsa alla poltrona di governatore della Banca d’Italia per l’opposizione del suo ex protettore Guido Carli, nemico acerrimo di Sindona e del leader repubblicano Ugo La Malfa. Del Professore si favoleggia che abbia un potere di ricatto enorme grazie al possesso della famigerata “lista dei 500″, l’elenco dei grandi evasori italiani con i conti nella banca svizzera di Sindona. Dopo un’esperienza al Banco di Roma e alla direzione generale del Tesoro con il ministro Emilio Colombo a metà degli anni Settanta, Ventriglia torna al Banco di Napoli nel 1983 come direttore generale. Il Banco, già disastrato, è a capitale pubblico. È quindi con un finanziamento della collettività che arriva Maradona. Viene da dire che, fra tanti sprechi, non è stato il peggiore.
Il consiglio di amministrazione del Napoli di Ferlaino recluta i parlamentari democristiani Alfredo Vito, re delle preferenze in Campania, Clemente Mastella e Guido D’Angelo. La lottizzazione correntizia è perfetta, con Vito a nome di Antonio Gava, Mastella in quota a Ciriaco De Mita e D’Angelo in conto al fedelissimo andreottiano Paolo Cirino Pomicino, “‘o Ministro”. Un altro grande tifoso azzurro è Biagio Agnes, direttore generale demitiano della Rai. Ma il Napoli non è solo un affare della Dc. La squadra aggrega l’intero spettro del potere partenopeo pre-Tangentopoli, con il socialista Giulio Di Donato e il liberale Francesco De Lorenzo, altri due cardini dei governi nazionali di pentapartito. I re di Napoli, cioè Scotti, Cirino Pomicino, Vito, De Lorenzo e Di Donato, finiscono tutti sotto inchiesta, insieme ad altri politici minori, per concussione, corruzione, ricettazione e abuso di ufficio lo stesso giorno, il 26 marzo 1993. Nella lista degli appalti bersagliati dalle mazzette ci sono i 500 miliardi di lire previsti per i Mondiali di Italia ’90. Ferlaino finisce agli arresti domiciliari nel maggio del 1993. I giudici lo accusano di avere dato 400 milioni di lire a Vito per ottenere l’appalto sulla ricostruzione dei Regi Lagni, i canali borbonici che vanno da Avellino a Villa Literno nel Casertano. Nel 1999 il Napoli di Ferlaino è a fine corsa. Per anni il club ha speso in ingaggi il doppio dei 20 miliardi che ricavava. Aurelio De Laurentiis costituisce una società, la Auro calcio 2000, con l’intenzione di acquistare la squadra per 120 miliardi di lire. Convoca una conferenza stampa e annuncia che sarà la Filmauro a salvare il club decaduto.
L’operazione non riesce. Ferlaino denuncia De Laurentiis in sede civile per aver turbato la campagna abbonamenti e si mette d’accordo con Luis Gallo e Giorgio Corbelli, che rilevano la squadra metà ciascuno. In omaggio alla regola che nel calcio le cordate non funzionano, Gallo esce di scena e Corbelli, l’inventore del network di vendite Telemarket, rimane da solo alla guida.
Repubblica.it
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#21 Pubblicato da santo 3 mesi fa -
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speriamo di fare una discreta figura.