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Il giorno dopo Inter-Napoli, apri il più autorevole giornale sportivo d’Italia e sorprendentemente (o forse no) non riesci a non notare le pagelle della Gazzetta dello Sport: Inter 7, Napoli 6.
Stropicci gli occhi, controlli di aver visto giusto: Inter 7, Napoli 6.
Ripensi, allora, alla partita di ieri, provi a rivederla per capire il suo punto di vista. Ma non trovi risposta: Inter 7, Napoli 6.
Handanovic non ha fatto alcuna parata, il Napoli non è stato cattivo negli ultimi 16 metri. Vero, ma per 80 minuti su 90, Reina si è sentito solo nel vedere Koulibaly e Albiol a più di 50 metri di distanza. Però: Inter 7, Napoli 6.
Insigne poco preciso, Allan meno cattivo del solito, Hamsik qualche appoggio sbagliato. E’ anche vero che Cancelo sbaglia qualsiasi passaggio, che Rafinha non crea mai superiorità numerica, che Gagliardini partecipi malvolentieri ad un torello. Ancora: Inter 7, Napoli 6.
Ti siedi, ragioni ancora un po’ e incominci a pensare che sei tu a non capirne di calcio. O meglio, sei tu a non capire il calcio italiano: la direzione verso cui sta volgendo, la deriva che sta raggiungendo.
Allora sì, che arrivano le risposte.
Il nostro calcio è esangue e agonizzante, i funerali in diretta nazionale del 13 novembre scorso a nulla sono serviti. Non imparare dalle disfatte pur di mantenere arrogantemente la propria visione a rischio di sprofondare nel baratro (vi ricorda qualche politico?). Zero gol in 180 minuti con la Svezia: pochi lampi, pochissima qualità. Già, la qualità. L’ultimo baluardo, l’ultima speranza agognata ieri sera da un intellettualmente onesto Luciano Spalletti, confortato sì da una squadra tosta, compatta, determinata, ma al tempo stesso avvilito dalla performance tecnica dei suoi ai limiti della mediocrità.
Chi vuol esser cieco copra bene le orecchie con la mano, perché il campanello d’allarme lanciato da Luciano è assordante. Certifica che ormai siamo tutti affetti da “resultadismo”, quella patologia che affligge tifosi, giornalisti, opinionisti per cui il giudizio, la soddisfazione, il lavoro sono “unicamente” premiati dal risultato. Una forzatura della visione machiavellica che produce, nonostante il livello dei giocatori sia leggermente aumentato rispetto agli anni bui 2014-2016, il più basso livello di gioco che forse la Serie A ricordi. Lo chiamano cinismo, la chiamano esperienza (che Juventus a parte, nessuno ha): la realtà è che In Italia, tolte 3-4 squadre, nessuno più gioca a calcio. Allora, nonostante all’estero stiano decidendo – idealmente – di non trasmettere più nessun big match di serie A per questioni di decenza ed evitare richieste di rimborso dai propri abbonati, le risposte incominciano a palesarsi: ottima l’Inter che in casa fa il 33% di possesso palla facendo fatica a fare 5 passaggi consecutivi, ottima la Juventus a Roma che vince con praticamente zero tiri in porta in 92’ 45” di gioco. Perfino un Bergomi, eccezionalmente esteta, pone ai colleghi del Club un quesito tra il paradossale e il lapalissiano: “ma voi siete contenti della Juve contro la Lazio?”. Neanche il sempreverde Adani riesce a convincere russi e austriaci a non cambiare canale. E noi intanto, chiusi nella nostra dorata campana di vetro a gingillarci con il nostro spettacolare (si fa per dire) circo.
Ci raccontano che il calcio italiano è sempre stato così: difesa e contropiede. Superficiale banalizzazione che, seppur condivisa, non giustifica il pietoso spettacolo cui ogni domenica si assiste su 8/9 campi di Serie A. Non avremmo mai insistito sul tiki-taka, ma c’è modo e modo di interpretare il gioco all’italiana. Altrimenti, non avremmo dominato il calcio mondiale per 10-15 anni, altrimenti non sarebbero mai sbocciati i Baggio, Pirlo, Del Piero, Totti. Insegnare un metodo, il nostro metodo, è un conto. Non insegnarne alcuno è altro. Abbiamo giovani più o meno talentuosi ai quali non viene più insegnato a giocare a calcio, a far girare il pallone, a trovare il compagno libero, a dettare i tempi di gioco, a verticalizzare. Si tratta delle basi: non che si debba necessariamente trasmettere quel che si trasmette a La Masia.
Ma cosa importa? Se il lunedì la panchina traballa perché ho giocato bene ma ho perso. Se ho trascorso l’intera stagione a rincorrere il pallone (ad eccezione dei sempre graditi mediani) ma sono finito sopra in classifica rispetto a chi rincorrevo. Se i giornali mi applaudono più per una partita ordinata senza spunti, piuttosto che per un cambio di gioco di prima.
Importa, invece. Importa, perché non si crea terreno fertile per nessun potenziale campione italiano che si affacci sulla scena. Importa, perché “senza la qualità puoi recuperare il pallone, ma poi non sai cosa farne” (cit. Spalletti). Importa, perché per competere nel calcio mondiale serve uno spettacolo apprezzabile che crei appeal, che porta sponsor e televisioni, che a loro volta portano soldi e top player.
E, più di tutto, importa perché di questo passo non sarà l’ultimo Mondiale che salteremo: la tragica serata di San Siro non sarà stata la nostra “Caporetto”, bensì appena l’inizio della fine.

Gianluca Volpe Prignano per Calcionapoli24

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