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L’avventura di Carlo Ancelotti sulla panchina del Napoli è giunta al capolinea. La rotonda vittoria contro il Genk e la qualificazione agli ottavi di finale di Champions League non hanno fatto cambiare idea alla società campana che infatti al termine del match contro la formazione belga è stato esonerato dopo appena 17 mesi e nessun trofeo messo in bacheca. Nonostante sia stata breve la parabola partenopea del 60enne allenatore emiliano ha avuto un’evoluzione altalenante che, anche a distanza di brevi periodi di tempo, ha visto il club azzurro passare da grandi vittorie a cocenti sconfitte, nonché, con la stessa rapidità, vedere quella che è stata la vera forza della squadra campana nei momenti positivi, vale a dire il gruppo, ritorcersi contro invece in quelli negativi.

I numeri di Ancelotti sulla panchina del Napoli

Alti e bassi che, come detto, si riverberano anche sui risultati in campo. Carlo Ancelotti, infatti, chiude la sua esperienza alla guida del Napoli dopo 73 gare (72 in panchina e una saltata per squalifica) e una media di 1,8 punti per incontro frutto di 38 vittorie, 19 pareggi e 16 sconfitte tra Serie A, Coppa Italia, Champions League ed Europa League con 127 gol fatti e ben 73 subiti. In termini di risultato finale dunque il 2° posto in campionato (a – 11 dalla Juventus campione d’Italia) resta quello di maggior prestigio conquistato dall’ex tecnico, tra le altre, di Milan, Chelsea, Real Madrid e Bayern Monaco nel suo corso ai piedi del Vesuvio, a cui si aggiunge l’accesso gli ottavi di Champions League conquistato nella sua ultima apparizione da allenatore del Napoli.

La gestione dei calciatori: conseguenze dentro e fuori dal campo

Mancanza di continuità nei risultati, ma non solo. Tra le principali critiche rivolte all’allenatore emiliano quella più ricorrente ha riguardato la gestione degli uomini a sua disposizione e alla continua rotazione che se da un lato ha permesso di tenere sulla corda tutti i calciatori, dall’altro non ha mai consentito alla squadra di trovare una propria identità in termini di gioco ed affiatamento in campo. Un modo di gestire il gruppo che non ha pagato nemmeno in termini di “fedeltà” dato che a “tradire” Ancelotti sono state proprio le brutte prestazioni dei veterani (su tutti Insigne, Callejon, Allan e Koulibaly), gli stessi che da qualche tempo avevano smesso di credere nel progetto tecnico del loro, da oggi ex, allenatore.

Dal successo col Liverpool all’ammutinamento: i 17 mesi più duri

Un rapporto quello tra Napoli, il Napoli e Carlo Ancelotti mai decollato con le aspettative della vigilia (dall’arrivo di un tecnico vincente come l’emiliano ci si attendeva aggiungesse esperienza e pragmatismo alla macchina quasi perfetta ereditata da Maurizio Sarri) per larghi tratti disattese. Fin dal primo anno sono stati diversi i segnali che lasciavano presagire che, salvo rivoluzioni estive non arrivate, questo connubio non avrebbe avuto lunga vita ma in quel caso furono il secondo posto in classifica (seppur mai veramente in lotta per lo Scudetto) e le convincenti prove con Liverpool e Psg in Champions League a nascondere tali avvisaglie.

Piccole scintille che, però, in questo avvio di stagione complici risultati (con il Napoli che dopo 15 giornate di campionato si trova a -8 dalla zona Champions, e addirittura a -17 dall’Inter capolista) e l’ormai noto episodio dell’ “ammutinamento” (con i calciatori rifiutatisi di prendere parte al ritiro imposto dal presidente Aurelio De Laurentiis) si sono trasformate in un incendio che ha interamente divampato tutto l’ambiente partenopeo dai tifosi ai calciatori fino alla dirigenza e, ovviamente, l’allenatore che, come spesso accade in questi casi, è il primo (e a volte l’unico) a pagarne le conseguenze. MICHELE MAZZEO PER FANPAGE

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