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E dunque oggi se ne sa meno del 17 settembre, e persino di un anno fa, perché intanto è volato via del tempo e s’è portato il Napoli con sé: non è rimasto praticamente nulla della magìa di quella notte, 2-0 al Liverpool, i campioni d’Europa e l’orizzonte abbagliante dinnanzi. E il sospetto, verrebbe persino da dire «la paura», di ritrovarsi di nuovo nel bel mezzo d’un copione già visto s’è fatto largo nella bruma d’una serata pallida, come quella di Torino, in cui è complicato pensare d’essere alle prese con un abbaglio di massa. Ci sono vari indizi per non ritenere che si sia un presenza di una prova provata di un’involuzione, semmai sporadica e passeggera, che però è palpabile, è nei fatti, nei singoli e nel collettivo, e induce a scovare le ragioni che hanno smaterializzato il Napoli. […]

Insigne non è più strategico

I giocatori veri, i «talenti», quelli che rientrano, più o meno, nella categoria dei fuoriclasse, non hanno capricci, non scelgono consapevolmente di fare tutto da soli, e se ci provano, vanno persino oltre la propria genialità, la sfruttano affinché esploda nel suo splendido cinismo: ecco, vedete, ci penso io. Ma ne hanno certezza o altrimenti lasciano che li guidi l’istinto, per non ritrovarsi sommersi dalla rabbia e dalla ingordigia. Quando Lorenzo Insigne ha visto il campo dinnanzi a sé, in quello che classicamente si definisce contropiede (all’italiana) e del quale non c’è mica da vergognarsi, non s’è accorto, accecato com’era, di Mertens a sinistra e di Lozano a destra, del tre contro due a disposizione e dunque delle possibilità di attaccare il Torino nella superiorità: dev’essergli calato un velo dinnanzi agli occhi, magari si sarà ritrovato con i pensieri spettinati da Genk e dal chiacchiericcio su quella tribuna, ed ha buttato via un’occasione e un po’ di se stesso. […]

Lozano

Lozano stenta, la strada è lunga

Non si paga cinquanta milioni di euro un contropiede, alla prima giornata, toccata e poi fuga da se stesso, dalla proprio esuberanza tecnica e atletica rimasta impigliata nelle baruffe classiche che uno straniero deve affrontare quando atterra in un Paese nuovo: allenamenti diversi, necessità di ambientamento, difficoltà con la lingua e con le abitudini. Ma ci sta, succede, è capitato persino ai Grandissimi e Hirving Lozano, che nella categoria vorrebbe accedere e numeri ne avrebbe perché ciò si verifichi, può almeno aggregarsi al nutrito elenco di «vittime eccellenti» del praticantato. Lozano, lo saprà anche lui, è il calciatore che ha richiesto il maggiore investimento nei novantatré anni di storia del Napoli, e magari anche questo può essere un peso da sopportare nel processo di integrazione tecnico-tattica, che prevede anche la capacità di apprendere un calcio fuori dalle proprie consuetudini, non sempre o forse anzi raramente a sinistra, nel tridente, da dove gli piace attaccare.

Gioco ‘maturo’ solo a sprazzi

Però ci sono stati i momenti in cui gli occhi si sono riempiti del Napoli, a volte part-time, altre, più raramente, per gli interi novanta minuti. E’ stato un football «maturo», europeizzato, abbagliante e quasi accecante (a Parigi e con il Psg, un anno fa; due volte con il Liverpool ma anche altre volte) nel quale si è intravista quella continuità ideologica che ha condotto sino ad Ancelotti, alla sua visione del calcio verticale, irriverente, mai muscolare e neanche rigorosamente codificato negli schemi, piuttosto qualcosa di sinfonico, alternativo nella sua modernità, senza offrire riferimenti. Un Napoli naif, che quest’anno si è acceso e si è spento, ma ha fatto tutto da solo prima a Firenze e poi a Torino con la Juventus, con il Cagliari, con il Brescia, in un gioco di luci e ombre che alla fine ha disorientato, perché poi l’ora e mezza con il Liverpool (e anche Lecce, la ripresa con il Cagliari, il primo tempo con il Brescia, i 90′ con la Sampdoria) sono testimonianza di una credibilità tecnica palpabile. […] 

Jorginho

Manca un regista e Allan non lo è

Proviamo con il 4-3-3: un’ora o poco meno, con Lozano-Mertens-Insigne, nella interpretazione poi del 4-1-4-1, nella riproduzione del vecchio Napoli con Callejon-Martens-Insigne e infine senza più tracce del tridente, la scossa sfruttata da Ancelotti per decodificare se fosse una questione di schema, di atteggiamenti, di naturalezza o ci fosse dell’altro. Il passato è una terra lontana, perché manca qualcosa per ripiombare in quel tiki-taka che ha avuto un senso quando c’era Jorginho o alle sue spalle c’era Diawara o comunque un play che interpretasse il ruolo a modo proprio, giocando corto e poi lungo, andando negli angoli di passaggio, o fungendo da schermo dinnanzi alla difesa, collegandosi spesso in orizzontale, come richiesto da Sarri, per lasciare poi che il Napolientrasse dentro con le mezze ali o con gli esterni. […]

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