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In questi giorni, a leggere le cronache interne al Calcio Napoli, tra Sarri che cerca un modo per liberarsi e Hamsik che chiede di essere liberato pare che De Laurentiis tenga tutti quanti prigionieri nella sede romana della Filmauro. Si dirà: «Gli affari sono affari, e gli affari si fanno con la testa, non con il cuore». D’accordo, ma il fatto è che mai come in questi casi l’esigenza tutta capitalistica di fare e aumentare il profitto mal si concilia con quella decisamente più romantica del diritto universale alla felicità. In particolare, nel caso di Hamsik e della sua presunta richiesta di essere liberato quasi a costo zero per andarsene in prepensionamento in Cina, se da un lato è giusto e legittimo che essendo in vigore tra le parti un contratto la società faccia di tutto per monetizzare al meglio un eventuale trasferimento, dall’altro è parimenti giusto e legittimo augurarsi che De Laurentiis faccia il possibile per agevolare l’operazione.

La ragione è semplice: Marek lo merita. E lo merita perché sta qua da undici anni, da quando al governo stava ancora Prodi e Obama non si era manco candidato alla Casa Bianca. E in questi undici anni non ha mai detto mezza parola fuori posto. Innanzitutto su Napoli e i napoletani. Eppure poteva farlo. È stato rapinato più volte, una volta ha preso pure un pugno in faccia e però mai, mai, a differenza di tanti altri suoi compagni, si è lamentato pubblicamente della microcriminalità alimentando falsi miti e luoghi comuni sulla città. Ha sopportato tutto, di essere pedina di scambio in campagna elettorale tra Berlusconi e de Magistris e di essere capro espiatorio ogni volta che le cose si mettevano male. Con Sarri, con Benitez. «Gioca troppo dietro, gioca troppo avanti, segna troppo poco, segna male, non segna bene». Chiunque al suo posto se ne sarebbe andato. Lui no. Quando era nel pieno del vigore atletico ha rifiutato senza remore club blasonati come il Milan, l’Inter e la Juve. E non si è mai incazzato, se non quando l’ex procuratore Mino Raiola ebbe a dire che era rimasto a Napoli solo perché è un Don Abbondio, un senza palle insomma, uno che non ha il coraggio di misurarsi in una piazza più grande e complicata. Come se Napoli non fosse una piazza complicata per uno che non conosce guapparia, che dopo undici anni ancora si mette scuorno davanti alle telecamere e che nonostante tutto è il capitano. Hamsik merita perché a differenza di tanti compagni che in questi anni si sono avvicendati in maglia azzurra ha scelto di vivere non al Vomero o in un mega attico a Posillipo ma a Castel Volturno, in un posto reietto da tutti, regalando campi di calcetto ai bimbi poveri della città e facendo il bagno a Capodanno nelle acque gelide di Pinetamare per difendere gli spazi verdi della comunità. Una leggenda narra che la mattina con la sua Ferrari faccia pure il servizio pullman per gli anziani e i vicchiarielli della città. Ma Hamsik merita anche perché quando a Roma fu ucciso Ciro Esposito andò lui, e non Renzi o un questore o un prefetto, a parlare con Genny a Carogna in eurovisione per capire che era successo, diventando agli occhi dell’Italia un mostro, un delinquente, quando tanti altri capitani prima e dopo di lui hanno parlato con gli ultras della propria tifoseria per faccende molto meno gravi dell’uccisione di un uaglione. E se tutto questo non bastasse, Marek ha visto per undici anni di fila tutti i cinepanettoni del presidente, senza mai inventarsi una scusa, una febbre o un mal di pancia, per non andare a Natale alla prima in giacca e cravatta. Marek ormai è napoletano. E a un napoletano non si può negare la libertà. «Non faccio sconti a nessuno» ha detto De Laurentiis. Ok, ma Hamsik può essere considerato nessuno?

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