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Il secondo pareggio con l’Inter apre uno squarcio nella memoria del Napoli. Si ricorderà ancora quando sarà ricostruita la corsa scudetto, che rimane aperta, ma sempre più accidentata. I conti sono tutti da chiudere, trenta punti ciascuno per Juve e Napoli. Ma aldilà della classifica, si evidenzia una diversa concezione: la Juve si sente più forte, ogni volta che Allegri crea soluzioni nuove. Il Napoli si sente più debole al solo pensiero di cambiare. Una strategia innovativa grazie all’ampiezza della rosa, una strategia conservativa granzi alla felice ripetitività dei meccanismi. Due squadre, due modi di difendere il primato. Ma parliamo ora di Inter-Napoli. Protagonista Spalletti che scrive una artificiosa scenografia. Fa immaginare un’Inter molto spregiudicata. Con il Napoli padrone del centrocampo, si rivelano le contraddizioni: allestita per attaccare, l’Inter rinnega anche il suo 4-2-3-1 per un più prudente 4-4-1-1. Spalletti dà tre indicazioni. Coesione tattica in attesa che il Napoli inventi qualcosa. Ed il Napoli si riversa in avanti. Rafinha su Jorginho, per costringere Koulibaly alla costruzione, non felice. Questo attendismo consente all’Inter si scoprire piano piano i suoi punti di maggiore forza, nel confronto con un Napoli che difende il possesso palla, ma è privo della necessaria velocità. Il Napoli si accorge di non avere Callejòn. Per fortuna su quella fascia c’è Hysaj che tampona. Ha Insigne molto attivo ma appannato nelle colnslusioni. E ha il miglior Hamsik degli ultimi tempi, che spazia creando la superiorità a centrocampo. Ne deriva qualche disagio nel suo rivale diretto Gagliardini. Sono ravvicinati i controlli decisi da Gagliardini, ufficialmente offensivista, ma tutt’altro che temerario. Con il passare dei minuti, prevalgono nell’Inter un mediano sinistro e il difensore destro: Brozovic e Cancelo. Il primo fa interdizione e produce gioco alimentando da sinistra diagonali offensive. Cancelo nel primo tempo a destra si trasferisce a sinistra. Un motivo c’è. A destra passa D’Ambrosio con una missione: giocare più avanti, sulla linea dei mediani, e infastidire il Napoli nel reparto di Hamsik e Mario Rui. Si spiega così la contromossa di Sarri: ritira Hamsik, ormai rassegnato alle sostituzioni ma non certo bocciato stavolta . Inserisce Zielinski nella speranza di dare più frenetiche accelerazioni sulla fascia sinistra del Napoli, quei cambi di marcia che sono mancati nel primo tempo ad un Napoli protagonista ma lento nelle ripartenze, più geloso di custodire la palla che maligno nel tentare conclusioni brucianti. Un oratore elegante ma verboso, che palla facile e non chiude il discorso. È passata un’ora, l’innesto di Zielinski sveglia il Napoli. Che è più fluido, guadagna campo, ha qualche occasione in più, ma Spalletti non perde tempo. Si accorge anche di qualche flessione. Ecco Borja Valero e Eder, ritirando Rafinha più evanescente che sontuoso oltre a Candreva. Alla schermaglia tattica non si sottrae Sarri, che quasi per inerzia spinge in campo Milik quando a Milano è già notte fonda. Con Callejòn impalpabile, con Insigne impreciso, con Allan appena onesto, infilare Milik e Rog a partita chiusa sembra più una mossa politica, un messaggio a chissà chi, che una convinta variante tecnica.

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